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L’incontro con i candidati alle elezioni politiche

Un significativo gruppo di organizzazioni della società civile promotrici dell’Appello intitolato: “La cooperazione internazionale allo sviluppo: tessuto connettivo della comunità globale” ha incontrato oggi i candidati alle elezioni politiche che hanno risposto all’Appello. In totale, ad oggi (ma le adesioni continuano ad arrivare), hanno aderito oltre 40 Candidati alla Camera o al Senato, provenienti da 7 diversi schieramenti politici (Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, Scelta Civica con Monti per l’Italia, Partito Socialista Italiano, Rivoluzione Civile con Ingroia, Unione di Centro, Lista Liberali per l’Italia).

Oltre alle adesioni individuali alcuni partiti nel loro insieme hanno aderito e si sono impegnati a perseguire questa vera e propria agenda politica in dieci punti per la Cooperazione: il Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, Scelta Civica con Monti per l’Italia, il Partito Socialista Italiano.

Al dibattito, condotto dalla giornalista Carmen Lasorella sono stati invitati ad intervenire due rappresentanti per ciascuno schieramento: per il PD Federica Mogherini e Paolo Beni, per SEL Giulio Marcon e Riccardo Sansone, per la Lista Monti Mario Giro e Andrea Olivero, per il PSI Riccardo Nencini e Bobo Craxi, per RCIFlavio Lotti e Alberto Borin, mentre molti altri candidati erano presenti in sala.

I candidati hanno assicurato il loro forte impegno nella prossima legislatura, ciascuno con la propria sensibilità, per realizzare le dieci proposte.

Numerose iniziative concrete sono state lanciate dai candidati per concretizzare subito l’impegno politico forte sui temi della cooperazione, tra questi la principale ci pare essere la creazione di un gruppo interparlamentare (Camera e Senato) dedicato alla Cooperazione. I 40 candidati che hanno aderito all’Appello potrebbero costituire la base di questo gruppo trasversale.

Le organizzazioni promotrici dell’Appello renderanno conto dell’esito di questa giornata ai diversi milioni di cittadini che le sostengono e ne condividono i valori, oltre che ai media e continueranno a sensibilizzare i partiti e i candidati che ancora non hanno risposto all’Appello e, dopo le elezioni, vigileranno affinché gli impegni presi vengano rispettati.

Le organizzazioni promotrici dell’appello

Roma, Mercoledì 6 febbraio 2013

L’appello e l’elenco dei promotori sono disponibili e aggiornati sul sito www.ongs.it

Combattere la violenza domestica a Maputo

Entrando nella sala di accoglienza del centro per le donne vittime di violenza domestica gestito dall’organizzazione Nhamai, nella provincia di Maputo (Mozambico), la prima cosa che si nota è un poster appeso al muro. Nel disegno c’è una donna che cerca di reggere con fatica un cesto per non rimanerne schiacciata, un cesto che contiene dei balloon di scritte: violenza fisica, violenza psicologica, violenza sessuale, violenza sociale, violenza economica, violenza morale. E rivolge agli ospiti una domanda semplice e diretta: “Sapevi che la violenza domestica contro le donne può avere diverse forme?”

“La violenza domestica è un circolo vizioso”, spiega Telma, coordinatrice per il COSV sul progetto. “Parte da forme verbali per diventare fisica ma anche economica. Non sono pochi i casi di donne a cui il marito non permette di lavorare e non passa i soldi, arrivando addirittura a privarle del cibo. E importante che si conoscano le diverse forme che la violenza può prendere, per averne consapevolezza e comprendere che essere moglie non significa essere di proprietà di un uomo”.

Informazione e sensibilizzazione sono fondamentali per far fronte alla larga diffusione dei casi di violenza domestica, che nell’area di intervento del centro Nhamai si stima coinvolgano dal 30% al 45% delle donne. Una diffusione che si collega strettamente al profondo radicamento culturale della violenza: “qui la violenza domestica è parte della normalità delle relazioni coniugali”, continua Telma, “un detto dice – se tuo marito ti picchia, è perché ti ama. Le donne fanno mostra dei segni della violenza subita alle figlie, preparandole a ciò le aspetterà nel matrimonio, e i lividi delle percosse diventano argomento di conversazione. Una situazione che gli attivisti e i mobilizzatori cercano di sradicare, con continue attività di informazione e sensibilizzazione.”

Sono 24 gli attivisti del centro Nhamai formati attraverso il progetto sulla nuova legge mozambicana contro la violenza domestica, sulle sue implicazioni giuridiche e sulle modalità di gestione del conflitto e il supporto psicologico alle vittime. Gli attivisti sono sia uomini che donne, molti dipendenti dei servizi sociali e leader comunitari, e a loro volta hanno formato 80 mobilizzatori sociali che lavorano a stretto contatto con le comunità nei distretti di Matola, Maguede, Namahacha, Matutuine Moamba, Marracuene, Boane, Maputo. Un lavoro portato avanti in stretta connessione con la polizia e i servizi sociali.

“In una delle comunità in cui lavoriamo, siamo venuti a conoscenza di una situazione piuttosto grave in cui la moglie subiva continuamente episodi di violenza fisica da parte del marito” ci ha raccontato uno degli attivisti. “Quando siamo andati a parlare con la famiglia, la donna ci ha detto che si trattava di un affare privato, e che essendo tale doveva rimanere tra le mura domestiche. Ma la violenza domestica non è una questione privata, è un problema profondo della nostra società che parte dal piccolo per allargarsi a tanti ambiti. Le donne reprimono a lungo in silenzio la rabbia per le violenze subite, finché non reagiscono con atti estremi: per questo le carceri in Mozambico sono piene di vittime di abusi che hanno trovato nella vendetta fisica la via di fuga. E’ un problema sociale, ed è per questo che noi lavoriamo informando e sensibilizzando, per arrivare ad un cambiamento culturale”.

Il centro di Nhamai è l’unico nell’area, e ora che sono finiti i lavori di ristrutturazione è tutto pronto per ricevere adeguatamente le ospiti. Qualcuna è già arrivata, trovando nel centro e nel suo staff un supporto materiale, psicologico e giuridico per affrontare un percorso di uscita da una quotidianità fatta di abusi.

Il centro sta anche riscontrando i primi risultati dell’attivazione di piccole attività generatrici di reddito e la relativa formazione alle associate dell’organizzazione Nhamai – attività iniziate con il progetto, sia per rendere sostenibile il centro, sia per permettere il passaggio di competenze alle ospiti. L’allevamento di pollame ha già permesso una prima vendita nel mese di dicembre, con buona soddisfazione per il profitto ottenuto – al netto dei costi sostenuti – e la sartoria sta sperimentando un ottimo periodo: con l’inizio del nuovo anno scolastico (a metà gennaio) sono arrivati ordini per le uniformi degli alunni. Il regolamento scolastico prevede che entro la fine di marzo tutti gli studenti abbiano una divisa adeguata, e a gennaio le famiglie iniziano ad attivarsi per commissionare il lavoro alle sarte. Il centro di Nhamai ha raccolto diversi ordini, anche grazie ad un prezzo scontato, e ci si attende che gli ordini aumentino. Queste attività sono infatti state scelte dopo un’accurata indagine di mercato, che ha messo in evidenza la carenza di questi servizi nell’area.. al momento è anche tutto pronto per il nuovo salone per capelli, che aprirà a breve!

La sicurezza alimentare nel Matabeleland, in Zimbabwe

Come in molte altre aree del pianeta meno fortunate, anche nel Matabeleland, dove il Cosv opera con un progetto di supporto agricolo, le persone prendono le loro decisioni pianificando la loro vita con scadenze a breve termine (due-tre mesi) e ovviamente cercando di risparmiare al massimo i soldi che possiedono. Da qui il successo di qualunque iniziativa volta a risolvere i problemi di questa area di savana marginalizzata dal resto dello Zimbabwe: qualunque organizzazione, ente, compagnia o multinazionale che promette di dare un aiuto è benvenuto.

E’ sempre stato così da quando il Paese è diventato indipendente, e le persone lo sanno. Ogni anno aspettano la distribuzione di aiuti alimentari, semi e donazioni che regolarmente arrivano, alimentando una dipendenza dai donatori.

Il nostro progetto è riuscito a fare in modo che un gruppo di cento agricoltori specializzati coltivino piante di cereali e leguminose, che daranno semi necessari per tutte le famiglie residenti nella zona e che potranno comperarlo in loco senza aspettare aiuti o senza cadere nelle trappole commerciali delle ditte sementiere. I semi sono riutilizzabili più anni e quindi la sicurezza alimentare da un certo punto di vista e’ assicurata.

Grazie alle fiere agricole, i commercianti di altre città ed i contadini di altre zone possono acquistare i semi sia dai produttori che dai contadini che riescono ad avere un’eccedenza di raccolto. Si può pagare sia in contanti che in natura, svincolandosi dalle logiche di mercato che impongono di vendere all’esterno e con contratti male accettati dalla maggioranza. Questa fase è in via di perfezionamento, e molto ci dirà questo ultimo anno di progetto.

Il progetto vuole creare la possibilità di svincolarsi dalla dipendenza dagli aiuti: produrre quindi i propri semi, coltivarseli e vendere i raccolti all’interno della comunità.

Due fatti sono accaduti recentemente mentre si effettuavano visite di campo. Durante una visita abbiamo incontrato un agricoltore che esponeva all’entrata del suo campo il cartello di una nota multinazionale sementiera: gli era stato regalato un certo quantitativo di semi di mais che lui avrebbe coltivato per conto della multinazionale in cambio di un profitto. I semi di queste varietà  non possono essere riseminati (bisogna comperare i semi ogni anno) ed il raccolto deve essere venduto o consumato. Il fatto che il guadagno non sia eccezionale, che il mais non cresca se piove poco, che la riduzione della biodiversità in aree a rischio di desertificazione sia letale per il mantenimento dell’ecosistema, che con il passare degli anni coltivando solo una coltura si perda la fertilità del terreno poco importa: tra quattro mesi il contadino potrà felicemente mettere in tasca circa 300-400 dollari. Il prossimo anno si vedrà. Nel frattempo le multinazionali si assicurano la diffusione dei loro semi e sempre più costosi.

Nel corso di un’altra visita, passando in una zona pressoché non abitata, abbiamo notato una macchina in difficoltà. Fermandoci per dare aiuto abbiamo visto che il conducente era un orientale. Molto tranquillamente ci ha detto che faceva un giro per avere un’idea del posto, dato che voleva sondarne la potenzialità per metterne a coltivazione diverse migliaia di ettari con piante per il biodiesel. Come avrà fatto ad avere il permesso di coltivare tutta quella terra?

La semplicità  dei contadini da una parte ma anche il loro miraggio del guadagno rapido utilizzando ogni tipo di scorciatoia li rende facili prede da parte di pericoli ben più temibili degli elefanti, che ogni giorno ci guardano muoverci su e giù senza capirne il perché.

Il Cosv è l’unica ONG straniera presente in Matabeleland e quindi, per adesso, gli unici capaci di fornire alle famiglie che vi vivono le informazioni necessarie per interpretare i segnali dei cambiamenti che accadono ed i mezzi per non subirli passivamente.